Dal titolo non si capisce proprio l’argomento di questa mia
riflessione, ma è la sintesi di quello che accade nel momento in cui io vedo quel
piccolo panda: non posso esimermi dal fare il segno di croce.
Il piccolo panda si trova legato al tronco di un albero, un platano
piantato lungo una strada provinciale che non menzionerò.
E’ una strada che mi capita di percorrere ogni settimana, e
gli alberi sono lì come a segnare un confine tra il mondo dei veicoli e quello
dei campi o in rare zone quello delle fabbriche.
Quel platano, bello, con un tronco possente, rami forti che
salgono al cielo è stato il motivo di una morte, anzi di due morti.
Una manovra sbagliata, un malore, qualcosa che non ha
consentito al guidatore di tenere la barra del timone e la macchina si è
schiantata contro quell’albero.
Sono tante le domande che emergono, perché proprio lì , perché
non un poco prima o poco dopo, bastava un niente per non impattare, bastava per
scivolare dentro un campo. Ma il fato o chi per lui ha voluto così.
Dentro quella macchina c’erano due bambine, una dodicenne e
una di quattro anni. La dodicenne è morta sul colpo, la sorellina dopo pochi
giorni.
Sono passata di lì poche ore dopo il fatto, l’albero aveva
una piccola scalfittura, niente di più.
Nei giorni seguenti non ho voluto sapere nulla, non ho
voluto leggere le cronache dei giornali o i social, mi sono immedesimata nella
madre. Come si riesce a sostenere un dolore così grande?
Ho cercato di mettermi nei panni di quel padre, la macchina
che gli sfugge di mano, lo schianto, realizzare che sei responsabile della
morte delle tue bambine. Troppo forte l’emozione che sale dalla bocca dello
stomaco.
Ogni volta che percorrevo quella strada, in quel punto, le
lacrime sgorgavano senza che io ci pensassi, quasi che il corpo capisse al di
là del desiderio della mente di allontanare quella brutta storia.
Alcuni giorni dopo qualcuno ha legato dei fiori all’albero e
dopo un po’ è arrivato anche il piccolo panda.
I simboli catturano più di ogni altra cosa, ho sentito vivo
il dolore penetrare dentro la mia carne, quasi che il peluche fosse il
responsabile.
La mano destra si è staccata dal volante e mi sono ritrovata
a piangere facendo il segno della croce. Non è un gesto che faccio
abitualmente, non se non mi trovo dentro una funzione religiosa.
È diventato un rito, è diventato una preghiera.
Non sono capace di pregare per me o per gli altri, ma sento
che è quello che faccio ogni volta che passo davanti a quell’albero, un segno
di croce e una muta preghiera. Il pensiero a quella madre orfana di due figlie,
a quel padre, orfano e dilaniato dal pensiero di aver ucciso le sue figlie.
Penso a tutti i bambini e bambine del mondo che non ci sono
più in questo mondo, bambini e bambine che non scriveranno nessun futuro.
Non lo so perché sto condividendo questi miei pensieri,
forse un modo per far vivere, seppure dentro il mio cuore e nel cuore di quanti
leggeranno, quelle due bambine sconosciute ma che ho sentito di amare per il
semplice motivo di essere madre.

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