29 dicembre 2025

2025: COSA TENGO COSA LASCIO



 Gli ultimi giorni di dicembre si portano sempre dietro un sentore di bilancio. Siamo abituati a leggere le classifiche di ogni genere dagli omicidi ai conti bancari, da statistiche legate alle malattie a quelle sulle imprese sportive. E' una ruota che gira, questo nostro tempo, e giustamente guardarsi un pochino indietro per cogliere ciò che è stato dovrebbe avere la funzione di valutare ciò che abbiamo fatto bene e ciò che avremmo potuto migliorare, ciò che ci è accaduto di negativo e ciò che invece ha allietato le nostre giornate. Ci sono successi e fallimenti, delusioni e vittorie e questo si chiama semplicemente vita, perchè la vita porta gli alti e bassi, le fatiche e le gioie.

Nella mia quotidianità io sono solita fare un piccolo gioco prima di addormentarmi, più che il classico esame di coscienza cerco di ricordare almeno una cosa bella che mi è successa durane la giornata. Non una cosa straordinaria, ma bella. Sto facendo questo esercizio da molto tempo ormai e mi sto accorgendo che faccio fatica a selezionare, perchè nel momento in cui si indossano gli occhiali della curiosità e dello stupore, le cose belle che ci attorniano sono tantissime. E' vero, qualcuno potrebbe obiettare che ci sono tante brutture, condivido, ma se non impariamo a indossare l'occhiale che sa cogliere la bellezza finiremo inevitabilmente per imbruttire anche noi.

Non si tratta di negare ciò che non funziona, non si tratta di bypassare le cose che andrebbero migliorate, ma si tratta di aprire il cuore al bello. Ce n'è tanto per davvero.

Ogni giorno fa capolino un dettaglio, il pettirosso che si posa sulla siepe, i cristalli di ghiaccio sul vetro, il sorriso della vicina di casa quando le ho dato il buongiorno, il rosso della montagna all'alba, gli occhi del mio uomo verdi come quelli di mio nipote, la stretta di mano della signora all'ufficio postale, gli addobbi bislacchi dell'albero di Natale mezzo storto che però fa tanta tenerezza perchè fatti da un bambino. Potrei proseguire per delle ore, sono piccole gemme di bellezza dell'ogni giorno, piccole perle che aiutano a credere ancora nella possibilità di essere migliori. Le mie giornate sono punteggiate di questo e fa bene al cuore addormentarsi con questo piccolo rituale.

E' successo anche qualcosa di super durante questo mio anno, è nato il mio secondo nipotino, Emanuele, una gioia immensa.

Ho potuto lavorare con persone molto belle in progetti legati all'ambiente, alla possibilità di educare alla salvaguardia del nostro mondo. 

Ho accolto e lavorato con molte famiglie e nel momento in cui ho raggiunto obiettivi di sostegno ho capito la grande importanza di questo mio lavoro.

Ho pubblicato un libro, anzi due ma il secondo non è ancora in commercio, un bel successo che dà quel giusto impulso a continuare perchè i riscontri sono molti.

Voglio soffermarmi su questa positività, tenendo dentro anche la malattia, gli acciacchi, la morte che si è portata via qualche persona cara. Fa tutto parte di questa nostra vita.

Ho coltivato amicizie, poche ma intense e buone, ho approfondito temi e libri che mi stanno a cuore, ho abbracciato e sono stata abbracciata da tutti i miei allievi di yoga, una risorsa inesauribile e meravigliosa.

Dunque, direte voi miei cari lettori, il tuo anno è stato tutto all'insegna della positività? Sei così fortunata?

Si, sono fortunata perchè ho imparato a convivere anche con le notizie nefaste, con l'animo umano che non ha più idea di che cosa sia la parola prossimo, con l'aridità che molti stanno esprimendo, con la guerra, la violenza, l'ingiustizia.

Il mio grazie alla vita è dato proprio da questo poter vivere guardando il bello nonostante tutto il brutto e solo guardando il bello trovo la forza per lottare quotidianamente contro tutte le brutture. Giorno dopo giorno, senza mollare.

Auguro a tutti di poter fare un bilancio come il mio, partendo da se stessi e dalla propria capacità di cogliere ogni piccolo dettaglio positivo per poter costruire quel mondo che tutti vorremmo.

E chiudo con una frase di Etty Hillesum, un'autrice che ha impegnato tutto il mio 2025 assieme a Mancuso, Rilke, Simone Weil e Hannah Harendt:

"E alla fine di ogni giornata sento il bisogno di dire: la vita è davvero bella".



24 dicembre 2025

E BUON NATALE SIA!

 


Ho rivisto “Miracolo sulla 36^ strada”, un film che mi ricorda i tempi andati quando aveva un senso tentare di salvaguardare il pensiero magico dei bambini. La morale del film, esagerato un po’ come tutte le americanate, era proprio questo, cercare di tutelare il sogno, la capacità di credere al di là del visibile. Oggi esiste ancora il sogno? I nostri bambini e ragazzi sanno che cosa sia?

Babbo Natale ha soppiantato ogni significato del Natale, si consuma tutto, non si è felici per niente. La retorica sul Natale è stucchevole, le luminarie invece che portare un po’ di allegria vendono lo “spirito natalizio”, ovvero consumare, consumare, consumare.

Mi chiedo come siamo arrivati a questo punto.

Ascoltare le frasi fatte, richiedere eventuali tregue per un giorno, il giorno di Natale, chiedere che per 24 ore si fermino i bombardamenti. E’ tutto così assurdo. Il giorno dopo si può riprendere a sparare…

Il presepe appare ovunque, negli ologrammi sulle pareti dei palazzi, esibito nelle vetrine, il tutto per spingere a comperare null’altro che questo.

Che ha a che vedere tutto ciò con la nascita di un ipotetico Messia?

Si utilizza la narrazione evangelica per costruire un periodo fittizio dove il volersi bene ed essere tanto buoni serve ai jingle pubblicitari,

Ci si scambiano gli auguri e mi chiedo perché e soprattutto per cosa.

Non posso non vedere la sofferenza di tanti ragazzi alla ricerca di un senso, la loro denuncia dell’ipocrisia del mondo adulto. Non posso non imbattermi nei tanti senzatetto che stazionano sui marciapiedi. Non posso non vedere i migranti che non riescono a trovare un posto dove dormire, la rotta balcanica ne sforna e non c’è posto per loro.

Non posso non ricordare le donne uccise da chi diceva di amarle.

Non posso ascoltare gli auguri di chi sceglie di acquistare armi per difendersi da ipotetici nemici, uomini come noi, privando la gente comune e sensata di strutture sanitarie, di scuole, di un welfare degno di questo nome.

Ho la sensazione che tutto sia tornato indietro, molto indietro e la gente rassegnata o forse ormai delusa se ne sta rinchiusa nelle proprie case a guardare una televisione che sforna programmi idioti a ciclo continuo.

Voleva essere una riflessione di Natale e invece sta diventando un pippone depressivo.

Ma voglio riscattarmi dicendo che comunque la vita è bella e vale la pena di essere vissuta. Me lo ricorda ogni giorno Etty Hillesum, era capace di vedere il raggio di sole e la bellezza dell’azzurro del cielo anche dentro un capo di concentramento.

Allora, mi soffermo a vedere lo sguardo limpido e splendente di Massimo e di Emanuele, la gioia per la nascita della piccola Francesca, lo scambio di auguri di tante persone che mi vogliono bene a cui voglio bene. E allora, buon Natale sia!

16 dicembre 2025

LA RECITA DI NATALE DEL 1967


 All'avvicinarsi del Natale, nell'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze, facevamo la recita scolastica. Ogni anno dovevo fare la parte del narratore, perché la maestra Gianna diceva che sapevo leggere molto bene e mi affibbiava parti molto lunghe. Era divertente preparare le recite, così si saltava l'ora di canto del sabato, ora che non mi piaceva, perché non avevo una bella voce. In V elementare non mi era stata affidata la parte del narratore, bensì quella di Maria. Ero emozionata, perché dovevo fare la protagonista e, per la prima volta, potevo indossare anche io il costume. La mamma era ammalata ed aveva dovuto recarsi all'ospedale, così il vestito era stato cucito dalla nonna e non era venuto molto bene. Avevo una lunga tunica bianca e un velo azzurro uguale alla fascia che tenevo legata attorno alla vita. Papà mi aveva promesso che per il giorno della recita la mamma sarebbe venuta a casa e forse avrebbe potuto partecipare al piccolo rinfresco preparato dalle bidelle. Era triste preparare la parte senza la mamma, perché era lei che mi ascoltava e giudicava il mio modo di recitare (..).

La settimana prima dell’evento avevamo quasi sospeso le lezioni. Il maestro Guerrino assieme alla sua classe di maschi si era dato da fare per allestire il palcoscenico e il fondale. Avevano eretto un palco fatto con tavole in palestra, poi avevano dipinto due grandi lenzuola con il paesaggio tipico della Palestina. Piero dipingeva stelline, perché era l'unico che sapesse disegnare direttamente con il colore, senza bisogno di traccia. Io di pomeriggio andavo a casa della nonna materna e senza farmi scoprire raccoglievo muschio sulla montagnetta di Yuk e ritornavo con le unghie nere e consumate. A scuola avevano preparato la capanna costruita con le canne portate da Michele e Paolo, raccolte nella trincea dove viveva Virgilio. (…)

La maestra Renata, invidiata da tutte noi bambine per i bei vestiti all'ultima moda e i capelli gialli come Barbie, aveva portato la culla del suo bambino e l'aveva riempita di paglia. Dentro voleva metterci un bambino vero, ma nessuna mamma voleva imprestarne uno; così aveva messo un Cicciobello nudo, con un pannolino fatto da uno straccio e sopra una copertina di lana azzurra che era stata di suo figlio

La maestra Gianna, che era la mia severa insegnante, era la regista. Era stato difficile per lei assegnare le parti, perché ognuno di noi avrebbe voluto fare quella più importante, ma alla fine ce la fece. Io dovevo imparare a memoria un testo piuttosto lungo, tratto dal Vangelo di Luca. Iniziavamo il racconto con la gravidanza di Maria, così dovevo recitare anche la visita ad Elisabetta e altro. Elisabetta era interpretata da Manuela, mia seconda cugina. San Giuseppe era Stefano ed io ero arrabbiata, perché tutti i bambini mi prendevano in giro dicendomi che eravamo morosi e da grande avrei dovuto sposarlo e a me non piaceva proprio.

I momenti più divertenti erano quelli delle prove, quando l'altro Stefano e Flavio dovevano interpretare bene la loro parte: il primo faceva l'asinello e il secondo il bue. L'asinello aveva due lunghe orecchie di panno e un mantello grigio, il bue un mantello e orecchie marrone. Flavio si stancava subito e non "soffiava" come voleva la maestra, così qualche volta si era messo a piangere e, mentre tutti gli altri ridevano a crepapelle, lui continuava a soffiare e ad asciugarsi le lacrime. Io mi sentivo male per Stefano e Flavio, costretti a fare i pagliacci davanti a tutti.

Quando la signora direttrice veniva a vedere le prove, la mia maestra diventava tutta rossa e sudava sotto le ascelle tanto da avere una macchia scura sul grembiule azzurro. Noi ce ne accorgevamo e non riuscivamo a capire perché la maestra Gianna avesse tanta paura. Anche quando eravamo in classe e la direttrice veniva a bruciapelo a controllare le lezioni, ad interrogarci o a guardare i nostri quaderni, la maestra dapprima impallidiva, poi si faceva rossa rossa, sudava e parlava con difficoltà. La signora direttrice dava consigli e aveva sempre ragione perché comandava. Aveva fatto spostare la mangiatoia da destra a sinistra e tutto il lavoro di sistemazione dei personaggi era stato fatto di nuovo.

Il maestro Mario era l'unico che rispondeva per le rime, batteva il pugno sul tavolo e si adirava, ma alla fine anche lui faceva sempre quello che voleva la direttrice. (…)

Il giorno della recita i maestri avevano disposto tutte le sedie in fila, nelle prime due file stavano seduti i bambini e le bambine di prima che erano troppo piccoli per la recita. Anche la mia sorellina era seduta e diceva a tutti che la Madonna era sua sorella. La maestra Renata aveva un mini vestito color rosso, le calze a rete e gli stivali fin sopra il ginocchio. Sembrava Sylvie Vartan, con quei capelli gialli e il trucco nero sugli occhi. Mentre aspettavamo l’arrivo dei genitori voleva mettere un disco di Lucio Battisti che canticchiava spesso e si intitolava “Un’avventura”, ma le altre maestre le avevano detto che non era il caso e avevano messo i canti natalizi. Noi eravamo tutti molto emozionati, fuori fioccava la neve ed io guardavo di continuo al di là dei vetri per vedere se arrivava la mamma.

Quando iniziammo il canto "Adeste fideles", vidi la nonna con il suo cappotto grigio topo e il fazzoletto in testa. La mamma non era venuta. Avevamo recitato tutti bene ed alla fine avevamo ricevuto tantissimi applausi. La signora direttrice aveva fatto il discorso e gli auguri alle famiglie, poi ci eravamo divertiti a rincorrerci per le aule, sgranocchiando i biscotti preparati dalla bidella Elodia. Anche Flavio e Stefano avevano fatto la loro figura, senza arrabbiarsi e senza sbagliare di soffiare. Eravamo tutti felici soprattutto perché, vista la neve scesa copiosa, le vacanze di Natale sarebbero state bellissime.

Per me lo erano un po' meno degli altri anni, perché la mamma era tornata dall'ospedale solo la vigilia di Natale ed avevo dovuto fare da sola l'albero e il presepe. La sorellina mi dava una mano, ma spesso nascondeva le pecorelle per farmi arrabbiare. Comunque, la mamma era a casa a Natale e questo solo contava.

Tratto da “Storia di Rosa” Forum editrice

All'avvicinarsi del Natale, nell'ultimo giorno di scuola prima delle vacanze, facevamo la recita scolastica. Ogni anno dovevo fare la parte del narratore, perché la maestra Gianna diceva che sapevo leggere molto bene e mi affibbiava parti molto lunghe. Era divertente preparare le recite, così si saltava l'ora di canto del sabato, ora che non mi piaceva, perché non avevo una bella voce. In V elementare non mi era stata affidata la parte del narratore, bensì quella di Maria. Ero emozionata, perché dovevo fare la protagonista e, per la prima volta, potevo indossare anche io il costume. La mamma era ammalata ed aveva dovuto recarsi all'ospedale, così il vestito era stato cucito dalla nonna e non era venuto molto bene. Avevo una lunga tunica bianca e un velo azzurro uguale alla fascia che tenevo legata attorno alla vita. Papà mi aveva promesso che per il giorno della recita la mamma sarebbe venuta a casa e forse avrebbe potuto partecipare al piccolo rinfresco preparato dalle bidelle. Era triste preparare la parte senza la mamma, perché era lei che mi ascoltava e giudicava il mio modo di recitare (..).

La settimana prima dell’evento avevamo quasi sospeso le lezioni. Il maestro Guerrino assieme alla sua classe di maschi si era dato da fare per allestire il palcoscenico e il fondale. Avevano eretto un palco fatto con tavole in palestra, poi avevano dipinto due grandi lenzuola con il paesaggio tipico della Palestina. Piero dipingeva stelline, perché era l'unico che sapesse disegnare direttamente con il colore, senza bisogno di traccia. Io di pomeriggio andavo a casa della nonna materna e senza farmi scoprire raccoglievo muschio sulla montagnetta di Yuk e ritornavo con le unghie nere e consumate. A scuola avevano preparato la capanna costruita con le canne portate da Michele e Paolo, raccolte nella trincea dove viveva Virgilio. (…)

La maestra Renata, invidiata da tutte noi bambine per i bei vestiti all'ultima moda e i capelli gialli come Barbie, aveva portato la culla del suo bambino e l'aveva riempita di paglia. Dentro voleva metterci un bambino vero, ma nessuna mamma voleva imprestarne uno; così aveva messo un Cicciobello nudo, con un pannolino fatto da uno straccio e sopra una copertina di lana azzurra che era stata di suo figlio

La maestra Gianna, che era la mia severa insegnante, era la regista. Era stato difficile per lei assegnare le parti, perché ognuno di noi avrebbe voluto fare quella più importante, ma alla fine ce la fece. Io dovevo imparare a memoria un testo piuttosto lungo, tratto dal Vangelo di Luca. Iniziavamo il racconto con la gravidanza di Maria, così dovevo recitare anche la visita ad Elisabetta e altro. Elisabetta era interpretata da Manuela, mia seconda cugina. San Giuseppe era Stefano ed io ero arrabbiata, perché tutti i bambini mi prendevano in giro dicendomi che eravamo morosi e da grande avrei dovuto sposarlo e a me non piaceva proprio.

I momenti più divertenti erano quelli delle prove, quando l'altro Stefano e Flavio dovevano interpretare bene la loro parte: il primo faceva l'asinello e il secondo il bue. L'asinello aveva due lunghe orecchie di panno e un mantello grigio, il bue un mantello e orecchie marrone. Flavio si stancava subito e non "soffiava" come voleva la maestra, così qualche volta si era messo a piangere e, mentre tutti gli altri ridevano a crepapelle, lui continuava a soffiare e ad asciugarsi le lacrime. Io mi sentivo male per Stefano e Flavio, costretti a fare i pagliacci davanti a tutti.

Quando la signora direttrice veniva a vedere le prove, la mia maestra diventava tutta rossa e sudava sotto le ascelle tanto da avere una macchia scura sul grembiule azzurro. Noi ce ne accorgevamo e non riuscivamo a capire perché la maestra Gianna avesse tanta paura. Anche quando eravamo in classe e la direttrice veniva a bruciapelo a controllare le lezioni, ad interrogarci o a guardare i nostri quaderni, la maestra dapprima impallidiva, poi si faceva rossa rossa, sudava e parlava con difficoltà. La signora direttrice dava consigli e aveva sempre ragione perché comandava. Aveva fatto spostare la mangiatoia da destra a sinistra e tutto il lavoro di sistemazione dei personaggi era stato fatto di nuovo.

Il maestro Mario era l'unico che rispondeva per le rime, batteva il pugno sul tavolo e si adirava, ma alla fine anche lui faceva sempre quello che voleva la direttrice. (…)

Il giorno della recita i maestri avevano disposto tutte le sedie in fila, nelle prime due file stavano seduti i bambini e le bambine di prima che erano troppo piccoli per la recita. Anche la mia sorellina era seduta e diceva a tutti che la Madonna era sua sorella. La maestra Renata aveva un mini vestito color rosso, le calze a rete e gli stivali fin sopra il ginocchio. Sembrava Sylvie Vartan, con quei capelli gialli e il trucco nero sugli occhi. Mentre aspettavamo l’arrivo dei genitori voleva mettere un disco di Lucio Battisti che canticchiava spesso e si intitolava “Un’avventura”, ma le altre maestre le avevano detto che non era il caso e avevano messo i canti natalizi. Noi eravamo tutti molto emozionati, fuori fioccava la neve ed io guardavo di continuo al di là dei vetri per vedere se arrivava la mamma.

Quando iniziammo il canto "Adeste fideles", vidi la nonna con il suo cappotto grigio topo e il fazzoletto in testa. La mamma non era venuta. Avevamo recitato tutti bene ed alla fine avevamo ricevuto tantissimi applausi. La signora direttrice aveva fatto il discorso e gli auguri alle famiglie, poi ci eravamo divertiti a rincorrerci per le aule, sgranocchiando i biscotti preparati dalla bidella Elodia. Anche Flavio e Stefano avevano fatto la loro figura, senza arrabbiarsi e senza sbagliare di soffiare. Eravamo tutti felici soprattutto perché, vista la neve scesa copiosa, le vacanze di Natale sarebbero state bellissime.

Per me lo erano un po' meno degli altri anni, perché la mamma era tornata dall'ospedale solo la vigilia di Natale ed avevo dovuto fare da sola l'albero e il presepe. La sorellina mi dava una mano, ma spesso nascondeva le pecorelle per farmi arrabbiare. Comunque, la mamma era a casa a Natale e questo solo contava.

Tratto da “Storia di Rosa” Forum editrice

10 dicembre 2025

IL PIATTO DI NATALE. Un racconto tratto da LA CASA LUNGO LA FERROVIA


 

Una parente della nonna, figlia di terze cugine era finita a fare la serva nella cucina imperiale, all’Hofburg di Vienna. Il suo compito era quello di pelare patate, tritare verdure, lucidare gli argenti.

Non aveva responsabilità in cucina, dava una mano come manovalanza generica.

L’imperatrice (parliamo di Sissi) aveva le sue dame e cameriere personali, manco sapeva chi lavorava in cucina. Era molto esigente e fissata con la linea, amava tanto i dolci ma non li mangiava perché aveva paura di ingrassare. Un giorno la cameriera dell’imperatrice era andata in cucina a vedere se la cuoca era in grado di preparare un dolce, non di quelli soliti però, un qualcosa di nuovo ma soprattutto dietetico. La povera serva era da sola con un paio di camerieri e la sguattera perché la cuoca stava male. Il capo cameriere aveva risposto “ja, ja” senza batter ciglio, poi si era rivolto alla ragazza e le aveva detto senza mezzi termini: “inventa qualcosa e subito”.

Presa dal panico la servetta non riusciva a ricordare nessun dolce visto preparare dalla cuoca, di suo lei conosceva solo il dolce povero che faceva la sua mamma. Si rassegnò a preparare quello: fagottini di pasta fatta con acqua e farina, senza zucchero né uova ripieni di mele, zibibbo e cannella.

Una volta fatti, i fagottini andavano cotti in acqua bollente e conditi con un po’ di burro fuso zucchero pane grattugiato e cannella. L’imperatrice gradì moltissimo quei ravioli alla mela, tanto che li fece preparare più e più volte. La servetta venne richiamata a casa perché la mamma – cugina della mia nonna – aveva preso il tetano e stava morendo. Come ringraziamento per la buona ricetta, la Sissi aveva regalato un piatto da portata ovale. Quando la nonna si è sposata, nel 1898, la parente le aveva regalato il piatto come dono di nozze.

Chissà se è andata proprio così, di sicuro io ho sempre visto in casa quel piatto ed è sempre stato trattato con riverenza e riguardo. Per noi tutti è il piatto dell’imperatrice e viene usato, da sempre, per Natale e per i crostoli di carnevale.

Anche quest’anno sarà sulla tavola il giorno santo.

(Tratto da La casa lungo la ferrovia)

07 dicembre 2025

ANTICIPARE O NO L’INGRESSO A SCUOLA?

 


Siamo vicini alla scadenza per quanto concerne l’iscrizione a scuola. Ogni ordine e grado prevede una preiscrizione entro la fine di gennaio.  Fino a qualche anno fa il “problema” si presentava allo scadere della terza media. Si andava a vedere la nuova scuola e il cruccio degli studenti era enorme, il primo salto nel buio per una nuova avventura. La scelta era difficilissima allora come oggi, l’inevitabile incapacità di decidere a quattordici anni è rimasta invariata.

Raramente i genitori venivano coinvolti in quelle che non si chiamavano open day ma semplicemente scuole aperte agli studenti. Da un po’ di anni il fenomeno ha iniziato a riguardare anche la scuola secondaria di primo grado, i genitori attentissimi vanno a vedere quale possa essere la struttura migliore per i propri figli, quali opportunità vengono proposte, quali insegnamenti e via dicendo. Anche la primaria è stata via via coinvolta e, udite udite, persino la scuola dell’infanzia.

Quando mia figlia mi ha comunicato che era andata all’open day di una scuola dell’infanzia mi è venuto da sorridere. Ho ovviamente apprezzato l’interessamento ma mi sono chiesta se debba essere tutto così complicato a partire dai tre anni di vita.

La scuola vicino a casa era l’ipotesi migliore, la possibilità di frequentare bambini dello stesso rione, creare comunità.

Mi rendo conto che sto vagheggiando un mondo che non esiste più. Nella scelta di che scuola far frequentare ai propri figli la vicinanza da casa e la costruzione della comunità vale per pochissime persone e più che altro per realtà molto circoscritte.

Ci sono ovviamente i temi legate a un welfare che non sostiene le madri lavoratrici, ma entreremmo in un mondo inaccessibile.

Ma non è di questo che volevo parlare oggi, bensì della richiesta di consulenza da parte di molti genitori sull’opportunità o meno di anticipare l’ingresso scolastico dei propri figli.

La questione viene posta talvolta dagli insegnanti che colgono potenzialità grandi nei piccoli allievi, a volte invece da parte dei genitori spesso molto innamorati dalle competenze dei figli.

I bambini sono svegli, molto svegli mi viene da dire, ma pensare di anticipare un ingresso scolastico è materia scottante.

Bambini e bambine iperstimolati arrivano all’età di cinque anni con competenze intellettive avanzate, sovente sanno già scrivere e leggere, la scuola dell’infanzia in parecchi casi insiste molto sul pregrafismo se non addirittura sulla lettoscrittura vera e propria.

La competenza cognitiva si riscontra spesso, questo è vero e c’è pure l’idea della plusdotazione

Mi capitano genitori convinti di avere piccoli geni, e il bambino ha quattro anni!!

Riconoscere le lettere, saper scrivere e leggere non significa necessariamente essere pronto a richieste un po’ più alte come quella della scuola primaria.

Non bastano questi skills per essere maturi al salto di scuola.

Con i genitori cerco di esplorare le autonomie dei piccoli, la capacità di stare nel gruppo, di gestire le frustrazioni, di stare attenti e fermi per un tempo moderatamente lungo, la capacità di problem solving, tutta una serie di osservazioni assolutamente necessarie per capire di che bambino stiamo parlando.

Sovente le anticipazioni scolastiche creano disagio nei bambini, vengono trattati da “più piccoli”, fanno fatica a stare dentro relazioni con pari più grandi che sottolineano la cosa.

Il gruppo dei pari è importante anche a sei sette anni, questo non dobbiamo dimenticarlo.

C’è poi un altro elemento da non sottovalutare, la capacità di attesa. Spesso anticipare significa saltare delle tappe, pensare che ogni cosa possa essere fatta in velocità e il tutto subito paga sempre.

Con questo non voglio dire che in alcuni casi l’anticipazione possa essere indicata. Penso ad alcuni bambini nati i primi giorni di gennaio, con magari un fratello o una sorella maggiori, svegli e intraprendenti, curiosi di imparare, attivi sotto l ‘aspetto motorio, capaci di gestire le emozioni e il proprio corpo, questi senza dubbio sono pronti. Voglio dire, ogni caso è unico e a sé stante ma soprattutto ogni caso va valutato con attenzione magari servendosi della consulenza di un esperto di età evolutiva.

INFANZIA, TEMPO SEMPRE LIETO?

Quando pensiamo all’infanzia veniamo colti da quelle sensazioni dolci che sanno di odori buoni, la pasta Fissan, il latte, due guanciotte ro...