15 marzo 2026

INTELLIGENZA ARTIFICIALE E PRIMA INFANZIA

 

Stamane mi sono imbattuta in un interessante articolo comparso sul quotidiano “Avvenire” dove viene riportato l’esito di un recente studio sull’utilizzo dell’Intelligenza artificiale per giocattoli dedicati alla prima infanzia.[1]

Sotto osservazione un peluche interattivo che risponde alle domande dei bambini e interagisce con loro attraverso la parola.

Lo studio sottolinea l’inadeguatezza dello strumento non in grado di accogliere, ad esempio, emozioni espresse dai piccoli come la tristezza o il bisogno di essere ascoltati. Le risposte vengono date in maniera non adeguata alla comprensione dei piccoli e spesso il peluche glissa cambiando argomento.

Non entro in merito alle considerazioni che ovviamente sono moltissime. Mi chiedo però a cosa serva sottolineare tanti difetti di questa “macchina”. A perfezionarla, mi sembra ovvio.

Ecco la mia riflessione legata all’opportunità di regalare a un piccolino un giocattolo dotato di queste funzioni.

Perché un genitore o un nonno dovrebbe dotare il figlio o la nipotina di un orsetto parlante? Non si tratta del classico Cicciobello che, come un disco rotto, diceva mamma pappa cacca. Stiamo parlando di un’interazione “intelligente”.

Alcuni hanno sottolineato che questi giocattoli intelligenti favoriscono lo sviluppo linguistico fin dai primi mesi di vita.

Forse è vero, non lo nego ma mi metto drammaticamente dalla parte del bambino.

Di cosa ha bisogno un neonato, una neonata? Di sentire una voce umana che ripete le prime sillabe, che impiega del tempo per aiutare il piccolino o la piccolina a sentirsi riconosciuto nei suoi sforzi. Abbiamo tanto promosso il baby talk, lo abbiamo già dimenticato?

Cosa c’è di più bello ed efficace di mettersi davanti al proprio bambino ad ascoltare i primi la-la, ta-ta, ca ca e ripeterli con gli occhi negli occhi?

Di questo ha bisogno di un bambino.

E poi…le prime parole dette con coraggio ma che risultano degli strafalcioni incredibili. Il bambino, la bambina, non ha bisogno di un correttore per imparare a dire la parola in maniera corretta ma di un adulto che aiuta a scandire con la propria voce amorevole quella parola.

E che dire dei primi perché? Cosa c’è di più bello che ascoltare le domande, anche le più bizzarre e magari arrampicarsi sugli specchi per trovare una risposta che possa soddisfare la curiosità?

Non sono contraria alle novità come non sono contraria ai dispositivi digitali ma come sempre, e non smetterò mai di ripeterlo, vanno utilizzati con criterio, avendo le giuste informazioni e sapendo quando è sensato darli a chi non ha capacità di discernimento.

I bambini hanno bisogno di poche cose, sembrano banali e sempre le stesse. E’ vero. Sono sempre le stesse: ascolto, tempo, cura. Queste tre piccole cose sono la ricetta migliore per rispondere alle esigenze evolutive di chi sta imparando a conoscere il mondo.

Le figure primarie assieme a educatrici e educatori sono ciò di cui necessita un bambino e una bambina per crescere, accompagnati da un gruppo di pari che sappia rispecchiarsi e fare mutuo insegnamento.

Non c’è spazio per Gabbo[2]? Direi proprio di no. C’è spazio per Luca, Lucia, Marco, Emanuele, Christian, Gioia, Laura, Massimo, mamma papà, nonno, nonna, zii, maestre….e qualche sano peluche silenzioso.



[1] Lo studio intitolato “AI in the Early Years” è stato condotto dal centro PEDAL della facoltà di Scienze dell’educazione di Cambridge

[2] Gabbo è il pupazzo interattivo prodotto dalla californiana Curio Interactive

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