Stamane mi sono imbattuta in
un interessante articolo comparso sul quotidiano “Avvenire” dove viene
riportato l’esito di un recente studio sull’utilizzo dell’Intelligenza
artificiale per giocattoli dedicati alla prima infanzia.[1]
Sotto osservazione un
peluche interattivo che risponde alle domande dei bambini e interagisce con
loro attraverso la parola.
Lo studio sottolinea l’inadeguatezza
dello strumento non in grado di accogliere, ad esempio, emozioni espresse dai
piccoli come la tristezza o il bisogno di essere ascoltati. Le risposte vengono
date in maniera non adeguata alla comprensione dei piccoli e spesso il peluche
glissa cambiando argomento.
Non entro in merito alle
considerazioni che ovviamente sono moltissime. Mi chiedo però a cosa serva
sottolineare tanti difetti di questa “macchina”. A perfezionarla, mi sembra
ovvio.
Ecco la mia riflessione
legata all’opportunità di regalare a un piccolino un giocattolo dotato di
queste funzioni.
Perché un genitore o un
nonno dovrebbe dotare il figlio o la nipotina di un orsetto parlante? Non si
tratta del classico Cicciobello che, come un disco rotto, diceva mamma pappa
cacca. Stiamo parlando di un’interazione “intelligente”.
Alcuni hanno sottolineato
che questi giocattoli intelligenti favoriscono lo sviluppo linguistico fin dai
primi mesi di vita.
Forse è vero, non lo nego ma
mi metto drammaticamente dalla parte del bambino.
Di cosa ha bisogno un
neonato, una neonata? Di sentire una voce umana che ripete le prime sillabe,
che impiega del tempo per aiutare il piccolino o la piccolina a sentirsi
riconosciuto nei suoi sforzi. Abbiamo tanto promosso il baby talk, lo
abbiamo già dimenticato?
Cosa c’è di più bello ed
efficace di mettersi davanti al proprio bambino ad ascoltare i primi la-la, ta-ta,
ca ca e ripeterli con gli occhi negli occhi?
Di questo ha bisogno di un
bambino.
E poi…le prime parole dette
con coraggio ma che risultano degli strafalcioni incredibili. Il bambino, la
bambina, non ha bisogno di un correttore per imparare a dire la parola in
maniera corretta ma di un adulto che aiuta a scandire con la propria voce
amorevole quella parola.
E che dire dei primi perché?
Cosa c’è di più bello che ascoltare le domande, anche le più bizzarre e magari
arrampicarsi sugli specchi per trovare una risposta che possa soddisfare la
curiosità?
Non sono contraria alle
novità come non sono contraria ai dispositivi digitali ma come sempre, e non
smetterò mai di ripeterlo, vanno utilizzati con criterio, avendo le giuste
informazioni e sapendo quando è sensato darli a chi non ha capacità di
discernimento.
I bambini hanno bisogno di
poche cose, sembrano banali e sempre le stesse. E’ vero. Sono sempre le stesse:
ascolto, tempo, cura. Queste tre piccole cose sono la ricetta migliore per
rispondere alle esigenze evolutive di chi sta imparando a conoscere il mondo.
Le figure primarie assieme a
educatrici e educatori sono ciò di cui necessita un bambino e una bambina per
crescere, accompagnati da un gruppo di pari che sappia rispecchiarsi e fare
mutuo insegnamento.
Non c’è spazio per Gabbo[2]? Direi proprio di no. C’è
spazio per Luca, Lucia, Marco, Emanuele, Christian, Gioia, Laura, Massimo,
mamma papà, nonno, nonna, zii, maestre….e qualche sano peluche silenzioso.

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