E’ una parola difficile, che l’abbia scritta un ragazzino di
tredici anni su di una maglietta come intenzione specifica di restituire un
torto fa rabbrividire.
Come sempre non conosciamo il ragazzo, non sappiamo come è
cresciuto, quale educazione sentimentale ed emotiva lo ha accompagnato.
Quello che si legge sulle agenzie di stampa è un’immediata
colpevolizzazione dei social e dei videoschermi ma mi sembra una scusa o meglio
una scorciatoia.
I ragazzini e le ragazzine stanno covando sempre più rabbia,
non sono accompagnati a esplicitare le loro emozioni ed evidentemente, come afferma
Lancini, l’azione ha preso il sopravvento perché non ha trovato le parole per
dirlo. Sono perfettamente d’accordo.
Educare a usare le parole per esprimere tutto quello che si
prova è una componente essenziale della crescita, si impara prima a riconoscere
ciò che si prova e poi a esplicitare.
L’esplicitazione è molto difficile proprio perché manca un
vocabolario adatto, manca la possibilità di parlarne.
Siamo abituati alla violenza, siamo abituati alla morte e i
ragazzini che non hanno filtri interpretativi si stanno abituando prima di noi.
La morte è vista alla televisione come qualcosa che appartiene agli altri ma
non farà mai parte della nostra esperienza e vita; il dolore non è affar nostro
e per questo il mondo adulto fa fatica a riconoscere il dolore e la sofferenza
dei ragazzi.
A scuola non si affrontano i veri temi che fanno parte del
mondo degli adolescenti, come appunto la morte e il dolore. I ragazzi sono
lasciati soli di fronte a questi grandi enigmi e cito ancora Lancini perché lui
è da anni che sostiene che i genitori e gli insegnanti dovrebbero aiutare i
ragazzi a dar voce al loro sentire. Sono lasciati soli con i loro videoschermi,
a cercare di dimenticare il loro dolore e la loro ansia aiutandosi con un mondo
virtuale dove le cose si possono fare e disfare a piacimento, dove tutto è vero
e non vero, dove tutto è possibile.
Senza dubbio aver filmato l’azione su Telegram è opera di
chi non ha compreso quello che stava per fare, ha usato le parole e l’azione
come dentro un videogame ma l’angoscia, quella è tutta reale. Mi chiedo quanti
adolescenti si stiano trovando nella medesima situazione, quanti adulti si
ritirano di fronte alla fatica di accogliere il dolore di chi sta crescendo e
non sa stare al mondo.
La parola d’ordine è disagio e ansia e allora meglio
mandarli dallo psicologo. Senza dubbio i professionisti possono essere d’aiuto
ma quello che serve davvero è la capacità di ascoltarli, a partire da quando
sono piccoli. Abituarli a non frenare le proprie emozioni, abilitarli a
riconoscerle, soprattutto quelle più scomode che possono anche fare paura.
La rabbia agita altro non è che l’impossibilità di mentalizzare,
di esprimere, di parlare. Chiediamoci come mai stanno aumentando le risse e gli
atti di violenza tra ragazzi. Mi pare che i segnali ci siano tutti e sono stati
dati da molto tempo.
Forse è necessario mettersi una mano sul cuore e agire per
davvero.




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