17 settembre 2026

HILLESUM, FORNARI E LA VIOLENZA DENTRO DI NOI



Etty Hillesum non ha conosciuto Franco Fornari, lei nata nel 1914 lui nel 1921. 
Lei in Olanda, lui in Italia.

Lei è morta ad Auschwitz nel 1943, lui in quegli anni era uno studente universitario.

Fornari non ha mai letto il diario di Etty per il semplice motivo che quando è morto il diario non era ancora pubblicato o forse potrebbe aver visto una prima edizione ridotta uscita per Adelphi proprio nell’anno in cui è morto, ma il suo pensiero sulla "guerra dentro" e l’elaborazione del lutto è assolutamente precedente.

Perché mi metto a scrivere queste cose?

Forse sto compiendo una blasfemia, ma ho trovato una incredibile correlazione tra il pensiero di Etty e quello di Fornari.

Etty scrive: “il marciume che c’è negli altri c’è anche in noi (…) non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza prima aver fatto la nostra parte dentro di noi.. E’ l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove”. (1)

E in un altro punto scrive: “..non vedo altre alternative, ognuno di noi deve raccogliersi e distruggere in se stesso ciò per cui ritiene di dover distruggere gli altri”.(2)

Etty riconosceva all’interno di ognuno di noi un seme di violenza, di cattiveria, di odio. Non era capita, la trattavano come una che non sa cosa significhi stare al mondo.

Come la avvicino al pensiero di Fornari? Dovrei parlare della teoria dei coinemi ma mi limito a un testo. Mi riferisco al suo libro sulla psicoanalisi della guerra, il nemico diventa il contenitore del male che non riusciamo ad affrontare dentro di noi. Ognuno porta dentro di sé uccisioni silenziose e nascoste. Secondo Fornari non si tratta, nel caso del nemico, di difendersi solo da quest’ultimo, ma anche da quello che lui chiama il Terrificante che insito nell’essere umano.(3)

Etty non ha proposto una teoria, ma ha considerato la situazione umana a partire dalla sua esperienza viva, dalla sua osservazione del male senza volerne fare parte ma pienamente consapevole che è necessario estirparlo, riconoscerlo dentro di sé per poi affrontarlo.

Leggere Fornari e Hillesum è stato come dare una continuità a un pensiero che porta a voler sradicare il male interno per diventare un uomo e donna nuovi. Etty propone una via per la pace, il saper riconoscere in ogni uomo il germe di bene, positivo. Fornari propone di fare pace con la morte propria e con la morte insita nella vita, lasciare alle proprie spalle la morte.

Riconoscere che c’è il germe di violenza dentro di noi è il primo passo per dominarlo, per scegliere di non voler soccombere.

Ritengo questi due autori due colonne della cultura del Novecento, poco studiati, poco letti ma a mio avviso fondamentali per comprendere la possibilità di costruire una nuova umanità per il terzo millennio. Le armi non possono essere una risposta. Regaliamo questi due libri ai governanti?

 

  1.   E. Hillesum, Diario, Adelphi ed (versione ridotta 1985) pag. 100
  2.     op. cit. pag. 212
  3.     Franco Fornari, Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli editore, Milano 1966


11 settembre 2026

LEA E DENISE: MADRE E FIGLIA VITTIME DELLA STESSA SORTE TERRIBILE

 


Denise, la chiamo così con familiarità come fosse una persona frequentata, la figlia di un’amica; Denise non ce l’ha fatta. Non ha retto alla fatica di una vita nascosta, residenze continuamente cambiate come i nomi sui documenti. Una vita in fuga o forse sarebbe meglio dire una vita in cattività, celata ai più, cancellata dal mondo dei vivi. Pochi hanno conosciuto il suo vero volto, per essere protetta ha dovuto nascondersi o mascherarsi. Quando, diciassette anni fa, Lea Garofolo è stata uccisa continuavo a pensare a quella figlia adolescente che di colpo si è trovata nelle peggiori situazioni di orfanità: il padre uccide la madre con la collaborazione del fidanzato. Chi non uscirebbe di testa?

Una madre uccisa perché ha voluto parlare, mettere fine alle menzogne di mafia, uscire da quel codice d’onore dove le donne devono insegnare ai figli a disprezzare chi parla, chi vuole la verità, chi cerca una vita onesta.

Il marito di Lea non ha esitato a far fuori la moglie e non ha pensato alla figlia, a cosa lasciava in eredità. Forse sperava che Denise lo avrebbe scagionato, invece è stata proprio lei a testimoniare contro il padre. E da lì l’inferno è stato raddoppiato. Il padre incarcerato, tutti quelli coinvolti nell’atroce assassinio di Lea incarcerati e lei incarcerata come loro. Non in un penitenziario ma costretta a una non vita.

Ho pensato tanto a quella ragazzina diciassettenne, aveva la stessa età di mia figlia. Due mondi paralleli e tanto distanti, il mio cuore di madre ha sanguinato al solo pensiero di quale vita avrebbe condotto quella povera ragazza.

E quella vita l’ha inchiodata, impossibilitata a fare quello che tutti i ragazzi e ragazze fanno, a vivere alla luce del sole. La sua colpa è stata quella di essere figlia di una collaboratrice e lei stessa ha voluto portare avanti il testimone della madre.

Un peso inaudito, feroce, troppo duro.

Dicono che Denise abbia messo al mondo un figlio, dovrebbe avere quattro anni. Ho un nipotino della stessa età, ancora una volta mi vengono i brividi a pensare a come la vita faccia fare percorsi paralleli. Denise, se davvero è stata madre, non ha saputo trovare la forza per aggrapparsi a quella giovane vita. Don Ciotti ha parlato di perdita di equilibrio. Io penso che forse, proprio in virtù del suo essere madre, Denise non si sia suicidata. E’ stata uccisa da una vita impossibile, da una storia insostenibile.

Spetta a noi continuare la lotta, non fingere di non aver sentito né visto le cose che stanno accadendo. Tocca a noi portare avanti il testimone di Lea e Denise e le tante collaboratrici di giustizia ammazzate anche dall'indifferenza generale, che troppo spesso finiscono nel dimenticatoio.

Denise non si è ammazzata, è stata ammazzata anche lei. Pensiamoci.

Per chi ci crede, come ha detto don Gigi, lei ora è nell’abbraccio di sua madre. Sarebbe stato tanto bello poterle vedere abbracciate qui sulla terra.

02 settembre 2026

APEIROGON:QUANDO LA PACE PUO' ESSERE LA STRADA

 


Ben oltre il giusto e lo sbagliato c’è un campo, ti aspetterò là”.

E’ una citazione del poeta Rumi, mistico sufi, ripreso dall’autore a pagina 273. È un punto cruciale, il numero 500 dei mille microcapitoli di cui è composto il libro. 500 capitoli la prima parte e 500 la seconda, a calare. Una costruzione geniale che in un primo momento può disorientare e questo è forse l’aggettivo che più si confà a questo libro. Disorienta. Per mille motivi. Inquieta, smarrisce e così deve essere.

E’ pressoché impossibile pensare di fare una vera e propria recensione, perché non si può collocare in alcun genere letterario. Incontriamo la storia, quella recente e quella del passato; incontriamo la saggistica, la geografia e l’ornitologia. Avete capito bene, anche l’ornitologia fa parte della folle genialità di questo testo. E’ tutto da leggere. Quello che più colpisce, però, è la testimonianza viva di due protagonisti, Bassam e Rami, uno palestinese e l’altro israeliano e della loro storia di vita che li vede uniti da un tragico destino.

La finzione c’è anche se il lettore non riesce assolutamente a riconoscerla, incerto se credere o meno a quello che vede, esposto alla violenza della guerra e dell’odio, incatenato alla pagina dal desiderio di capire come si possa per davvero costruire un percorso di pace e riconciliazione. È questo il messaggio fondante del libro: si può perdonare, si può riconoscere un cammino che porti alla pace. Si può se si vuole.

Bassam e Rami ce la fanno, diventano testimoni reali di un percorso che allontana ogni idea di sopruso, morte, inimicizia. L’autore racconta la storia della nascita del Parents Circle Family Forum, una realtà viva che ha bisogno di sostegno concreto. Al lettore suggerisco di non tralasciare i ringraziamenti, perché è proprio lì che si possono trovare le indicazioni su come supportare alcune ONG che lavorano per la pace tra israeliani e palestinesi, testimoniano che c’è chi si sta dando da fare per tentare di superare le logiche di morte dei governi.

Forse non si è capito molto da queste righe che ho scritto, le emozioni che mi hanno attraversato lungo tutto il libro, le sue 518 pagine sono plurime e molto vive, ti prende la bocca dello stomaco e ne esci con il desiderio di darti da fare, di esserci anche tu a dare una mano a queste persone che negli occhi dell’altro vedono sempre un altro sé stesso, una persona, un uomo o donna, un bambino.

E’ un libro portatore di pace, importantissimo, articolato, poliedrico ma con un unico obiettivo: conoscere e far capire la complessità e imparare che la verità non è mai una sola. Giudicare non è possibile, costruire pace si.

Chiudo con un’altra citazione, presa da pagina 58:

“Stare con te o non stare con te è la misura del tempo”.

È una frase di Borges, spero che vi aiuti nel desiderio di leggere quanto prima questo Apeirogon. Mai titolo è stato più calzante di questo.

31 agosto 2026

POVERI CANI...


 Poveri cani...

Provocatorio? Forse sì. Mai come quest’anno ho avuto modo di incontrare tanti cani, proprio così. Il ridente paesino dove abito è stato letteralmente invaso dagli amici a quattrozampe.

Fin qui nulla da eccepire, anche se le considerazioni da fare sarebbero tantissime.

Il cane è il miglior amico dell’uomo, nelle reminiscenze scolastiche tutti abbiamo gioito quando Argo ritrova Ulisse, tema tra l’altro molto d’attualità visto il kolossal di Nolan.

Forse molti di noi hanno avuto il piacere di avere un quattrozampe come compagno di avventura, di crescita. Personalmente ho condiviso 12 anni con un pastore tedesco e ben 19 con una gattina ma..

Ma…erano animali. Stavano al loro posto ed erano profondamente rispettati nella loro natura. Avevano un loro luogo dove dormire, mangiare, fare i loro bisogni. Il cane stava all’aperto, aveva il suo odore di cane. La gatta stava in casa ma aveva il suo cesto e solo se le davo il permesso poteva accoccolarsi accanto a me sul divano.

Normale, direte voi, a quanto pare non lo è più.

Il sindaco del mio paese ha dovuto far affiggere volantini in giro per le vie per sollecitare i padroni a rispettare l’igiene, a rispettare i luoghi. Da notare che da un paio di anni è stata costruita una vasta area sgambamento cani in pineta, a fianco del parco giochi dedicato ai bambini.

I cani non hanno colpa, per questo sottolineo il titolo, “poveri cani”. Il fatto è che gli umani non hanno più idea di come ci si possa comportare. I cani hanno libero accesso ovunque, al supermercato, in qualsiasi negozio, al bar, al ristorante.

Mi sono trovata a uscire io dal ristorante nel momento in cui il cane al tavolo vicino al mio stava mangiando nel piatto della padrona.

Inizio a provare schifo, per quel cane che ha fatto la pipì accanto all’altalena su cui si dondolava il mio nipotino, per quel cane che ha fatto pipì sulla portiera della macchina all’altezza della maniglia ( e non era la macchina del suo padrone); per quel cane che ha fatto la cacca nel mio giardino e lì è rimasta.

Povere bestie, non c’entrano nulla ma chi sta con loro ha la responsabilità di un comportamento quantomeno civile.

Che possiamo fare? Solo accettare, per il quieto vivere, che non ci sia distinzione tra animali e uomini? Possono andare ovunque e fare quello che vogliono, possono essere maleducati così come lo sono i loro padroni.

E poi…i padroni si fanno chiamare mamma e papà…

Ma su questo magari ci torno il prossimo giro… Poveri cani…

12 agosto 2026

FERIE, TEMPO DI LETTURE: VENEZIA


 Su ogni blog che si rispetti, sotto Ferragosto ci sono indicazioni di lettura.  Più o meno le rubriche si intitolano: “Letture sotto l’ombrellone”, immaginando che un buon tempo possa essere quello trascorso in spiaggia. Io, che pur essendo nata sotto il segno dei Pesci aborro le spiagge, intitolerei la mia rubrica “Letture sotto il larice”. Vabbè, a parte questi convenevoli, ho appena ultimato la lettura di “Il fuoco di Venezia”. E’ difficile che io legga romanzi, amo molto i saggi o alcuni “mostri sacri” che fanno parte della mia formazione. Magris, Pamuk, Murakami Haruli, Deledda, Némirovsky, Mann, Grossmann, solo per citare alcuni.

Elena, una cara amica, me l’ha regalato, accompagnato da un bel biglietto che tra le altre cose diceva:”…scoprirai la Venezia della mia infanzia…”

Mi ha incuriosito, confesso di non aver mai letto nulla dell’autore, Giovanni Montanaro. Ho iniziato e già mi ha commosso il fatto che la protagonista principale si chiamasse Elena come la mia amica.

E’ una storia d’amore, un amore importante e contrastato, un po’ come tutte le storie che non sono “regolari” ed è una storia di vetro. Vetro di Murano.

Si entra nell’affascinante mondo dei soffiatori, si scoprono segreti che ai più non è dato conoscere.

Quello che mi ha maggiormente colpito è il racconto di questo amore viscerale per il vetro, per la fornace, attività tramandata di padre in figlio.

Oltre a questo c’è Venezia, l’amore per la città e una sorta dimuta disperazione per il cambiamento avvenuto in meno di un secolo.

Una Venezia che si è trasformata, da perla dell’Adriatico a macchina per far soldi.

Ho memoria della Venezia di quando ero bambina e almeno un paio di volte all’anno si andava in gita tutta la famiglia. Gli odori, i rumori, le passeggiate nelle calli e il naso appoggiato alle vetrine che proponevano tutti quegli oggetti colorati in vetro, bellissimi nella loro fragilità. Ho poi frequentato a lungo Venezia per lavoro e nel libro ritrovo i luoghi, le calli strette, Fondamenta Nuova, la Toletta, il Ghetto, Cannaregio e san Tomà, i vaporetti pieni di pendolari. Poi, negli ultimi anni, la costipazione di turisti, una città che ha perduto via via la sua identità.

L’autore racconta una parte della storia del nostro Paese sempre punteggiata dalle vicissitudini di Venezia che cambia, si trasforma, diventa totalmente altro.

Non posso non ricordare alcune frasi di Guccini, dove nella sua canzone Venezia del 1981 diceva:

Venezia che muore, Venezia appoggiata sul mare

La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi

Venezia la vende ai turisti che cercano in mezzo alla gente l'Europa o l'oriente

Che guardano alzarsi alla sera il fumo o la rabbia di Porto Marghera.

(…)

Venezia è un imbroglio che riempie la testa soltanto di fatalità

Del resto del mondo non sai più una sega, Venezia è la gente che se ne frega.”

Montanaro, in sintesi, sottolinea proprio questi aspetti della sua città, una Venezia che si è totalmente venduta.

06 agosto 2026

GRAZIE CARO FRANCESCO

 

Ci sono poeti che aiutano a conoscere l’animo umano, raccontano la vita e Guccini è stato uno di questi.

Quando ho saputo della sua morte ho provato quella tristezza che accompagna le persone care, ho perso uno zio che attraverso le sue canzoni e poesie ha saputo aiutarmi in alcuni momenti cruciali della mia vita.

Come non riandare con il pensiero al mio caro nonno ascoltando “Un vecchio e un bambino?”. Dava voce a quegli insegnamenti legati alla terra, al profumo di buono, al rammarico per il mondo che stava cambiando. E che dire poi di “Canzone per un’amica?” Purtroppo, ho attraversato quella tragedia, la strada mi ha portato via un caro affetto ed è stato Guccini ad aiutarmi a dare voce a quel dolore. Ho consumato letteralmente il vinile.

Gli anni dell’adolescenza sono stati punteggiati dai dischi contenuti in “Via Paolo Fabbri 43” musica vietatissima da mio padre e per questo super ascoltata, con quelle parolacce impronunciabili che però facevano il paio con “Porci con le ali” della Ravera.

Anni di ribellione, di desiderio di riscattarsi solo per il fatto di essere giovani, voglia di dire la nostra senza accettare pedissequamente quel mondo adulto che voleva trasformarci in “bravi ragazzi”.

E poi le prime vere disquisizioni filosofiche e le domande sul senso della vita.

“Auschwitz” è senza dubbio una delle canzoni più amate proprio perché riusciva a comprendere quelle inquietudini che hanno attraversato gli anni giovanili, come è possibile che vi sia stato un Olocausto, come è potuto accadere tutto ciò? Aveva davvero ragione Nietzsche a dire che Dio è morto? Era morto davvero?

E via avanti, a punteggiare le nostre esistenze con riflessioni politiche, amare sulla fine del sogno di poter cambiare le cose.

Ho conosciuto meno il Guccini scrittore di gialli, ma ho continuato e continuo ad ascoltare e a cantare le sue canzoni.

Quante serate in gruppo a suonare la chitarra e a cantare Guccini e De Andrè. I due mostri sacri che hanno parlato al posto nostro.

Che dire? Grazie Francesco!

02 agosto 2026

LO YOGA TRA LE PIANTE DI LAVANDA

 


Praticare yoga all’aperto è il top. E’ come dare vita a quello che costantemente si dice all’interno di una pratica: connessione con Madre Terra, relazione profonda con il cielo che sta sopra di noi, trarre energia dall’aria che accarezza la pelle, accogliere i raggi del sole che scaldano e baciano gli occhi che, mantenuti chiusi per meditare, diventare scenario possibile di un mondo “oltre”.

Tutto questo è realizzazione, perché all’aperto, con il corpo a contatto con l’erba, i fiori, il terreno non è necessario immaginare ma si può realmente sperimentare.

Grazie a Molli, proprietaria e custode di un bellissimo lavandeto a Forni di Sotto, l’esperienza yoga nella natura è diventato realtà. Abbiamo iniziato quasi per sfida, durante i week end di luglio, con un risveglio all’alba e un rilassamento al tramonto. E’ piaciuto, ci è piaciuto e allora lo abbiamo fatto diventare un appuntamento fisso durante l’estate.

Al tramonto, per conciliare bene la chiusura della giornata con il ritirarsi del sole, continuiamo a praticare dentro il lavandeto.

Sono poche le spighe di lavanda, ormai, sono state raccolte per diventare sacchetti profumati confezionati in ricamificio, sono diventate olio essenziale sapientemente distillato da Molli, ma le piante ci sono.

L’esperienza di yoga in natura ha consentito ai partecipanti di fare qualcosa di straordinario: immergersi totalmente nel profumo di lavanda, accogliere il beneficio di quell’essenza che rallenta il ritmo cardiaco, calma ogni inquietudine, sollecita il pensiero bello e positivo.

Abbiamo iniziato ogni volta semplicemente camminando a piedi nudi, la pianta dei piedi ha la sua saggezza e raccoglie, racconta, accumula sensazioni belle, piacevoli. Dopo la passeggiata ci siamo fermati e abbiamo scelto il nostro posto, disponendo il tappetino tra i filari. Abbiamo poi accarezzato le piante, ci siamo nutriti del colore argenteo delle piccole foglie, quando c’erano, abbiamo strizzato i chicchi delle spighe per portare poi le mani alla faccia e annusare profondamente, inebriandoci quasi.

Solo a quel punto abbiamo iniziato a muovere il corpo, ho scelto asana di apertura per accogliere la bellezza delle montagne che hanno fatto da cornice e alcuni asana di chiusura per ringraziare avvitandoci su noi stessi, consapevolmente felici del luogo che ci accoglieva e della qualità di ciò che stavamo facendo.

È tutto natura, siamo natura, siamo cielo e vento, montagne e fiori, terra e piante. Quanta bellezza attorno a noi e perché no, quanta bellezza da scoprire dentro di noi.

L’esperienza continua per tutto il mese di agosto, le informazioni presso Molli al Ricamificio di Forni.

HILLESUM, FORNARI E LA VIOLENZA DENTRO DI NOI

E tty Hillesum non ha conosciuto Franco Fornari, lei nata nel 1914 lui nel 1921.  Lei in Olanda, lui in Italia. Lei è morta ad Auschwitz n...