E’ uscita in questi giorni Oltre lo sguardo Guida
pratica su varianza di genere, orientamenti sessuali e omogenitorialità per un
ambulatorio pediatrico accogliente. L’Associazione Culturale Pediatri
ACP l’ha scritta e inviata a tutti i pediatri italiani.
E’ un lavoro molto interessante e utile, consente ai
professionisti di farsi un’idea precisa sul tema dell’orientamento di genere e
su tutte le sfumature sempre più incisive che riguardano ragazzi e ragazze.
La carrellata di tutte le possibili variabili ci fa entrare
in un mondo molto complesso, dove l’identità di genere non è una cosa semplice
soprattutto in un’epoca in cui si fa molta confusione a partire dai primi
rudimenti educativi in famiglia.
Molta attenzione viene posta alle famiglie omogenitoriali,
una realtà in crescita anche nel nostro Paese.
La guida è dedicata i pediatri di famiglia e a quelli
ospedalieri ed è atta a fornire indicazioni precise su come comportarsi nel
caso i loro piccoli pazienti presentino varianze di genere o problematiche più
complesse.
L’obiettivo è quello di togliere stigmi, stereotipi e
comportamenti che potrebbero ferire i pazienti; fornire strumenti di aiuto alle
famiglie e ai professionisti stessi.
Fin qua nulla da eccepire, ma c’è un ma.
Negli esempi riportati si racconta la storia di Anna, un
bambino di tre anni che rifiuta il suo essere maschio e vuole farsi chiamare
con nome femminile. L’atteggiamento della famiglia è condiscendente e anche il
pediatra dovrebbe favorire il desiderio di questo bambino di identificarsi con
una compagine femminile e non maschile. Come dire: nasci e sei registrato con
un sesso dichiarato maschile ma se tu ti percepisci bambina va bene lo stesso.
A tre anni!!
Mi sembra che l’esempio riportato crei molta confusione. Se
un bambino a tre anni chiede “Se ho il pisellino vuol dire che sono un
maschietto?” la risposta più logica è “SI”. La natura ti ha dotato di un organo
che definisce il genere. Se io ti rispondo “vedi tu, scegli se sei un
maschietto oppure no, potresti essere qualunque cosa” credo di creare una forte
confusione. A tre anni un bambino può percepirsi foca, rinoceronte, macchina
dei pompieri. Il pensiero magico può portarlo in ogni dimensione, e questa è
una grande fortuna, ma sta all’adulto aiutarlo a definire qualche punto. Chi si
approccia con la prima infanzia avrà sperimentato la dimensione del gioco, la
bambina che dice di essere un pesciolino, si gioca su quello, per un po’ quella
bimba è pesciolino, poi ridiventa bambina.
Se io assecondo fino in fondo il fatto che un bambino sia
una femmina, va da sé che la sua realtà viene rinforzata.
Nell’esempio riportato dalla guida, si evidenzia che il
soggetto in questione non era portatore di disforia di genere, dunque nessun
dato patologico. Allora? Si tratta di un contesto culturale. Nel contesto culturale
noto il bambino è tale perché ha il pisellino e la bambina lo è perché ha la
patatina.
Non ci vedo proprio nulla di male. La domanda che mi pongo è
dunque la seguente:
la guida è pensata tenendo conto di tutta la vasta realtà o
è improntata maggiormente dentro un’ottica LGBT+?
Ho avuto questa sensazione. Allora mi chiedo anche: se un
bambino o una bambina cresce all’interno di una coppia omogenitoriale, va da sé
che non vi sia identificazione con il sesso di nascita? Dalla mia esperienza
con coppie omogenitoriali direi proprio di no, c’è solitamente attenzione allo
sviluppo autonomo del genere, ma questa guida mi porta a un’eccessiva
attenzione legata alla fluidità d genere.
Già il concetto di varianza di genere può portare fuori
strada. Ogni bambino e bambina è originale, prende su di sé aspetti anche
fantasmatici, sta all’adulto aiutarlo a stare dentro una dimensione. Temo che l’eccesso
di attenzione talvolta porti dall’altra parte, a non lasciare la sufficiente libertà
di sperimentare dentro un profilo che prevede anche un limite e un contenimento
adulto.
Mi auguro che i pediatri sappiano fare un buon uso e non
prendano tutto alla lettera quello che è contenuto in questo documento.
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