Quando pensiamo all’infanzia veniamo colti da quelle
sensazioni dolci che sanno di odori buoni, la pasta Fissan, il latte, due
guanciotte rotonde e la tenerezza che ogni neonato suscita in noi.
Quando, come accade purtroppo troppo spesso, sentiamo
notizie legate alla violazione dell’infanzia, capita di rimuovere, non voler ascoltare,
passare oltre perché fa troppo male.
Fa male vedere bambini che non hanno di che nutrirsi, morire
sotto l’assurdità dei bombardamenti, annegare in mare perché il barcone su cui
erano alloggiati assieme alle loro madri affonda.
Rimaniamo senza possibilità di agire e la frustrazione ci coglie
alla sprovvista, ad esempio, quando ci troviamo di fronte alla disperazione di
una madre che, vinta dal suo “male di vivere” non trova altra strada che quella
di affidarsi alla morte. Assieme ai suoi bambini.
Il nostro pensiero va a quei bambini, gemme di vita spente prima
ancor di capire come fare a sbocciare.
Che dire poi dei tanti, troppi bambini e bambine vittime di
una fatica emotiva adulta che non sa gestire la propria aggressività e presi
dalla rabbia li scuotono, causando danni irreparabili.
In questi giorni in alto Adige si svolgono varie attività
volte a sensibilizzare tutta la popolazione sul rischio della sindrome da
bambino scosso.
Ci chiediamo se possiamo fare qualcosa, io me lo chiedo di
continuo.
Possiamo continuare a far finta di nulla? A seguire il
nostro piccolo orto senza guardare mai al di là della nostra staccionata?
I sociologi ci dicono che mai come in questa epoca il narcisismo
imperante ha fatto si che non si riesca a vedere e cogliere il bisogno del
vicino.
Se per quel che riguarda i grandi temi come le guerre
imposte dal matto di turno non possiamo fare granché, per quel che riguarda i
temi più piccoli ma non per questo meno importanti ognuno di noi può fare la
sua parte.
Mi riferisco alla possibilità di creare vicinanza, comunità.
Cogliere segnali senza girarsi da un’altra parte.
La giovane mamma che è sola e non ha con chi confrontarsi. È
compito delle istituzioni fare rete questo è vero, ma dove non arrivano i
servizi? Possiamo noi diventare servizio?
Nelle piccole comunità si conoscono tutti, è più facile dare
una mano. Nei condomini è facile sapere se c’è una persona sola che può essere
supportata.
Proviamo a chiederci come fare a fare rete, seppur piccola e
fatta di pochi numeri. La rete, e non solo quella che si mette sotto l’equilibrista
quando sale su di un trapezio, può salvare vite.
Ognuno di noi può sensibilizzare almeno un’altra persona,
sul baby blues, sulla sindrome da bambino scosso, sul danno che
ogni sculacciata può produrre a un bambino, sul corretto uso di videoschermi
con i bambini piccoli.
Ognuno e ognuna di noi può creare un piccolissimo pezzettino
di comunità, fa bene a noi per primi.
Ridiamo infanzia a chi ha il diritto di viverla e ritroviamo
il senso di dire nuovamente un noi comunitario.

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